Non so quali saranno le reazioni a questo mio post. Lo sto tenendo in sospeso, scritto solo in parte, da circa una settimana. Il mio blog ha da sempre avuto un pubblico esiguo, a causa del mio scrivere una volta ogni morte di papa (nonostante le grandi promesse a me stessa e a chi, con amicizia, mi legge), di un certo mio snobismo che mi porta a non voler dare larga diffusione a ciò che scrivo, ed al fatto che, come una volta mi ha detto una persona che ho frequentato per pochissimo tempo, “non ci sono foto, un blog deve contenerne, è la sua natura”. Prima o poi svolterò, o forse non lo farò mai, ma non è di questo che voglio scrivere adesso.

Domenica scorsa, a pranzo, eravamo in due. Io, Italiana che ha vissuto all’estero, che ha studiato Frantz Fanon e Paul Gilroy, che sa quanto sia inappropriato il termine “multiculturale” quando invece si dovrebbe usare il più promettente cross-cultured, che adesso insegna in un ambiente – diciamo – cross-cultural con brio. Con me c’era una mia carissima amica, che qui a Roma é come una sorella per me, Londinese ma con un patrimonio genetico molto vario nell’ambito dei paesi europei, anche lei con studi ed esperienze di vita che hanno promosso in lei l’ampiezza di vedute e la tolleranza.

Bene. Parlavamo dei fatti di Barcellona e di Turku, in Finlandia. Abbiamo collegato vari fatti delle nostre vite, parlato di persone che conosciamo.

Per una volta andrò subito al punto, portando avanti solo in un secondo momento i vari esempi che mi hanno spinta a formulare un giudizio che contrasta con tutto quello a cui credo, ed attorno al quale ho costruito uno stile di vita.

Faccio bene a dire che mi sono rotta, rotta veramente di questi giovani di seconda generazione o risiedenti nei paesi occidentali già da qualche anno, che bevono, si fanno le canne, si fanno le storie con le ragazze occidentali, prendono i benefit dagli stati che lo permettono (vedi UK) e poi bell’ e bbuon’ diventano jihadisti?

Sono ignorante, xenofoba, reazionaria se dico di essere stufa di questi che prendono quello che possono dai paesi degli infedeli – assegni di disoccupazione, donne, studi universitari con prestito studentesco agevolato, divertimenti, alcoolici, trend nel vestirsi, stile di vita “a maglie larghe” – per poi decidere di combattere contro quegli stessi paesi nel momento in cui si sentono sviliti, depressi, fuori contesto? Hanno provato a crearne uno, di contesto? Veramente pensano che il cittadino medio occidentale (me, mia madre, i miei fratelli, i miei amici) si svegli la mattina pensando a come imbastire una coltre d’odio attorno a loro?

All’indomani dell’attentato a Barcellona ed in Finlandia, ne parlavo con mio padre al telefono. Senza s-cadere nel feuilleton, mio padre é nato nel 1942 in una famiglia abbastanza povera ma molto numerosa, ha studiato tra molte difficoltà, si é laureato, ha sostenuto la famiglia e, solo dopo, se ne é creata una propria, etc. Lo stato dava pochissimo, la ripresa economica del dopoguerra si vedeva solo nelle grandi città, ed a quella era poi subentrato lo squilibrio sociale dovuto alla differenza tra stile di vita degli operai e stile di vita dei padroni, sempre nelle zone più “industrializzate” (il virgolettato é ironico) in cui sorgeva qualche fabbrichetta. Il traguardo della laurea assicurava uno status, ai tempi di mio padre; ma arrivarci era fonte di rinunce e sofferenze, oltre che di sfottò da parte di chi pensava che ti fossi messo in testa di voler fare il signore.

Mio padre é sempre stato di sinistra, ed ha sempre avuto amicizie di ogni tipo. Sicuramente era affaticato, frustrato. Anche dopo essersi laureato, nei primi tempi ha tirato una durissima carretta, prima di cominciare ad affermarsi. Ma non si é mai unito a gruppi sovversivi extraparlamentari, non ha mai avuto volontà di far saltare in aria la sede di una banca, non ha mai scaricato la propria frustrazione su chi se la passava meglio.

Noi non siamo frustrati, quando emigriamo? A parte chi va all’estero da medico, o mago dell’I.C.T. o della Finanza… Voi non avete mai pensato, mentre vi guadagnavate il pane in terra più o meno straniera, cose tipo “Quanto é cretino quello, ignorante come una capra, ma intanto guadagna il triplo di me”, oppure “Guarda se ‘sta bruttona deve anda’ in giro con questo figo che manco se la caga, e io qui a servirla e a versarle il vino, ah, quanto starebbe meglio a me, quel vestito…”. No problem;  é normale, lo abbiamo pensato tutti, anche io. Anzi, io a volte lo penso ancora riguardo certi Romani, e sono più incazzata ora con certi miei connazionali, di quanto lo fossi all’epoca con i Londinesi, ai quali guardavo piuttosto con una certa malinconia… Ma mai, mai ho avuto desiderio di far saltare in aria i locali dove lavoravo, di fare del male alle persone che si mostravano arroganti nei miei confronti. Spero anche voi, altrimenti dovreste andare da un buon neuropsichiatra.

Il mio primo grande amore di Londra, prima che incontrassi l’altro mio grande amore di Londra e di New York, era un ragazzo arabo. Ancora oggi siamo sporadicamente in contatto. Nato nello Yemen, cresciuto in Arabia Saudita, trasferitosi a Londra molto giovane, studi universitari abbastanza prestigiosi (no, non sto parlando di Bin Laden!), molto famoso all’interno di non so quale student union. Non faceva altro che collezionare fidanzate di tutte le età, religioni, etnie, sempre con grande teatralità, incastonando le proprie vicende nelle onde di un mare grigio che era la vita della città. Se ne sentiva parte, viveva tutto come se fosse la trama di un film. Mi lasciò, dopo che avevo scoperto l’ennesimo tradimento, dicendo che con me non poteva avere una storia seria: ero più vecchia di lui (di dieci mesi circa…), non venivo da un paese arabo e, se un giorno lui si fosse sposato, l’avrebbe fatto con una ragazza più giovane di lui, e con una cultura più simile alla sua (me lo diceva tra le mie proteste cross-cultured: “but we are in London, people get mixed up everyday!”). A quanto ne so, è ancora single. Suo fratello, dopo aver avuto una relazione molto lunga con una bellissima ragazza dell’Europa dell’Est con cui conviveva, la mollò per sposare una ragazza araba che, spero di non ricordare male, era addirittura una loro parente.

Mi viene da pensare al romanzo di Tayeb Salih La Stagione Della Migrazione A Nord. Lo studiammo facendo un parallelo con Othello di Shakespeare, per l’esame di Lingua e Letteratura Inglese III all’università. Amo quel romanzo, spesso lo rileggo, sia in Italiano che in Inglese; il testo originale é in Arabo, volevo farci la tesi di laurea ma la Professoressa di Lingua e Letteratura Araba non mi ha mai considerata abbastanza brava per farlo. Lasciamo stare la questione “elite universitaria”, altrimenti potrei scrivere fino al 2025.

Il romanzo narra la storia di Moustafa Sa’ìd, un intellettuale adottato, ancora ragazzino, da una famiglia inglese che gli fa da tutor. Il ragazzo lascia il Sudan per El Cairo e, successivamente, cresce nel mondo occidentale, grazie ad una borsa di studio. Uno dei primi ricordi di Moustafa, quando incontra i suoi genitori adottivi, é la bellezza e bianchezza della donna che diventerà sua madre, caratteristiche che lo attirano in un modo che non ha nulla di filiale o infantile. Moustafa diventa il re dei salotti letterari londinesi degli anni del secondo dopoguerra: gioca con la propria identità arabo-africana (la stessa di Othello), colleziona amanti con una mancanza di sentimenti quasi robotica e le circuisce al punto tale da spingerne tre al suicidio. Le sue donne sono tutte bianche, Occidentali; e cadono nel gioco da Mille E Una Notte, quello della sottomissione della schiava davanti allo shaikh arabo. Solo Jean, una donna dalle sembianze luciferine e dall’atteggiamento selvatico, che lui rincorre dal primo momento e con la quale ingaggia una battaglia senza fine, sia fisica che dialettica, riuscirà a farlo impazzire d’amore; ella lo sposa pur disprezzandolo, e non fa mistero del proprio disprezzo, umiliandolo anche in pubblico. Moustafa ucciderà Jean, così come Othello uccide Desdemona, durante un amplesso. Sarà proprio lei a spingerlo all’omicidio, sfidandolo per l’ultima volta, al contrario della bionda e pura Desdemona che paga le colpe dell’Occidente di allora, senza aver avuto colpa alcuna.

Io mi fermo qui, per adesso, perché il post sta diventando molto lungo e preferisco rimandare ulteriori contenuti ad una seconda parte. Per continuare la giornata in modo tranquillo, senza l’ansia di essere male interpretata (da qualche genio, visto che neanch’io riesco a dare un giudizio al mio stesso atteggiamento), vi anticipo che sono a favore dell’accoglienza ai rifugiati e che la parola “clandestino” é a mio avviso priva di significato.

Vorrei anche specificare che, quando parlo di “Occidente”, mi riferisco a Europa, Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda. La definizione é comoda ma non esatta, soprattutto quando si confronta il “nostro” Occidente con il mondo arabo, a sua volta diviso in Maghreb (Occidente, cioé il Nord Africa) e Mashref (Oriente, cioé Syria, Libano etc.). Tayeb Salih, infatti, parla di migrazione verso Nord, non verso Occidente, visto che il Sudan é già geograficamente in Occidente.

A presto.

Completato il 26.08.17

© Carmen Fiengo

 

 

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“Cosa ci siamo dimenticati? Cosa ci siamo dimenticati? Ci siamo dimenticati della cultura. Voi, voi vi siete dimenticati della cultura! Voglio essere molto chiara con voi: bisogna essere più vicini alla cultura che agli uomini. Io sono più vicina alla cultura di quanto sia vicina a voi. Io non vi sarò mai vicina, questo lo dovete sapere; perché tutti noi siamo soli davanti alla cultura. Io non ho nulla da dire a quelli che hanno anche il minimo dubbio riguardo alla cultura. Posso soltanto ricordare loro il mio disprezzo, e la loro miseria. Io non devo provare l’importanza della cultura: spetta invece a voi provare a me che non é importante. Siete in grado di dimostrarmi che la cultura non é importante? Se non siete in grado di dimostrarmelo, allora significa che la cultura é importante. La cultura é importante. E non si occupa di noi, finché noi non ci occuperemo di lei; esclusivamente di lei. Avete capito cosa ho detto? ESCLUSIVAMENTE. Ventiquattr’ore al giorno. Il cuore e la mente occupati solo dalla cultura. Non c’è posto per nient’altro. Non c’è posto per l’amore, non c’è posto per la libertà, non c’è posto per lo svago. Svagatevi, ho sentito dire. Non lasciatevi sopraffare dalla cultura, ho sentito. Ma il dolore che segue allo svago è insopportabile, così lancinante da far morire. Senza cultura si diventa morti: morti, randagi e abbandonati a vagare per le strade. […] Io non vi aiuterò. Non vi indicherò nessuna strada: cercatela voi! Trovatela! E quando avrete trovato la cultura, forse vedrete anche me.”

Qualcuno avrà riconosciuto il brano che ho modificato: è il primo discorso di Pio XIII ai fedeli, tratto dal secondo episodio di The Young Pope di Paolo Sorrentino. L’ho modificato sostituendo “cultura” a “Dio”, “importanza” ad “esistenza”, “amore” a “libero arbitrio”, “svago” ad “emancipazione”.

Sono innamorata del nuovo lavoro di Sorrentino, e dell’interpretazione di Jude Law. Tra l’altro, il suo occhiolino nella sigla iniziale mi toglie il fiato… Ma non è questa la cosa – purtroppo! – che mi ha fatto innamorare della serie. E nemmeno l’ossessione di Sorrentino per le suore e per una Roma dove non fa mai freddo.

The Young Pope parla di un uomo antipatico nel proprio rigore, che si è imposto disciplina mentre è tormentato da dubbi sul proprio agire e sul proprio credere, e più le puntate si susseguono più il tormento cresce. Non è infallibile, anche se é convinto che siamo al mondo per fare le cose in un certo modo. In modo rigoroso. Bacchettando, e bacchettandoci. Questo mentre amiamo e ci sentiamo in colpa perché stiamo amando; questo mentre soffriamo ancora adesso, da adulti, per quello che ci è successo quando eravamo bambini. Mentre ancora lottiamo contro i fantasmi.

Coloro che credono in Dio, e soprattutto quelli che lavorano o hanno avuto modo di lavorare in ambienti religiosi produttivi (una scuola cattolica, un ospedale che fa capo ad un ordine) apprezzeranno ancora di più The Young Pope, perché hanno esperienza di certi livelli di qualità accompagnati a sofferenza, di un’elevazione che va di pari passo con dubbi ed incertezze. Un Cattolico intelligente, contemporaneo e pieno di difetti capirà Sorrentino e Jude Law meglio di chi non lo é.

Guardo la serie nel weekend, grazie ad un caro amico (non possiedo un abbonamento Sky). The Young Pope aggiunge una malinconia raffinata all’ansia dei miei sabati.

Dopo un venerdì sera carico di promesse (anticipo Leopardi di un giorno, anzi di dodici ore, visto che di sabato non lavoro), mi sveglio con il weekend ancora tutto davanti e voglio fare tutto, compreso il lavoro di scuola che non sono riuscita a fare durante la settimana. E vorrei anche uscire, trovare un fidanzato, vedere le persone che non ho mai il tempo di vedere, andare a trovare la mia famiglia a Napoli, passare del tempo qui a Roma con mio fratello – che abita nella mia stessa città, ma è come se abitassimo lui a Parigi ed io a Nairobi. The Young Pope, con il suo poetico cast, con la fotografia tipica dei film di Sorrentino che ormai abbiamo imparato ad amare, con la storia di quest’uomo che nelle due prime puntate vorresti schiaffeggiare ma che, dalla terza in poi, ti fa piangere per la propria innocenza, mi sta accompagnando in un periodo dell’anno che non ho mai amato e che, non so se per mia predisposizione fisiologica o perché vivo in una ruota che gira sempre allo stesso modo, per me rappresenta sempre una fonte d’ansia. Ansia, insoddisfazione, malinconia, voglia di rinunciare all’emancipazione, rimpianto per non aver scelto porti più sicuri. La colonna sonora è potentissima, vorrei sapere chi è il genio che l’ha messa insieme (non mi sono ancora informata al riguardo): mi “faccio” più volte al giorno del brano Levo di Recondite e piango come una cretina ascoltando Kissing Disease di Melodium, pensando alla mia infanzia e alle mie storie d’amore passate, mentre il brano di Nada non mi fa impazzire, ma ci azzecca tantissimo – non trovo altre parole.

I sabati, mattina o primo pomeriggio, passati a letto a vedere The Young Pope mi rendono un pochino più malinconica ma un pochino più raffinata. E sicura di quello in cui credo. Ecco, in versione televisiva, l’input che mi ci vuole dall’esterno, che a volte arriva da un quadro, a volte da una chiacchierata, e a me invece viene da Jude Law. Finalmente qualcuno che mi dà ragione, un’intera serie TV che mi dà ragione!

Ho visto il mondo fuori, prima di chiudermi ad insegnare alle scuole medie; e vi dico che il discorso con cui ho cominciato questo post, così come l’ho modificato, è il discorso che vorrei fare ai miei studenti. Non ai piccini di prima media: con loro sto puntando su altro, su qualcosa che mi impedisca, in futuro, di desiderare di far loro il suddetto discorso. Ma a quelli di seconda e terza vorrei leggerlo, anzi, vorrei gridarlo nelle loro orecchie, vorrei usare lo stesso tono imperioso e dispotico che usa Pio XIII ed usare solo la mia voce, come fa lui. Vorrei scandire bene le parole dopo essere scomparsa dalla loro vista, per non frapporre me, il mio sguardo, il mio corpo tra il discorso e loro.

Non lo farò, ovviamente. Ma in particolari momenti della mia vita lavorativa vorrei salire su un piccolo scanno, un piccolo coso come quelli che ci sono in Chiesa, quando vai a leggere la preghiera Ascoltaci, O Signore.  Vorrei salire lì sopra, creare il buio sulla mia persona e rendere la mia voce tuonante, per recitare quel discorso. Vorrei farlo ogni volta che qualcuno (collega, genitore o studente stesso) mi giudica troppo severa per un particolare tipo di utenza; ogni volta che un ragazzino ride per le cinque righe di consigli che gli ho scritto in calce ad un compito in classe; ogni volta che devo abbassare i miei standard e tenere a bada quella vocina che mi dice che non sto facendo un favore ai miei ragazzi, se mi accontento di tre frasette imparate a memoria; ogni volta che devo pronunciare dei termini in un Inglese più italianizzato, altrimenti non mi capiscono e finiscono per distrarsi; ogni volta che vengo smentita, contraddetta o presa bonariamente in giro. Ogni volta che vengo giudicata troppo innovativa, o al contrario troppo tradizionalista, solo perché chi mi sta di fronte non ha capito un cacchio di quello che voglio dire.

Vorrei sparire e non mostrarmi, mentre insegno. Gli studenti non devono seguirti perché sei simpatica, o temerti perché sei ombrosa. È possibile che medici, religiosi ed insegnanti non abbiano ancora capito che, per fare bene il nostro lavoro, ad un certo punto dobbiamo annullarci? Dobbiamo scomparire alla vista di coloro a cui offriamo la nostra fatica? Il mezzo ed il risultato sono più importanti della nostra figura, di noi stessi. Mentre salvaguardiamo le vite, le anime e le menti dei nostri pazienti, fedeli, studenti, abbiamo un potere incredibile nelle mani, abbiamo altri esseri umani tra le mani, e troppe volte usiamo il nostro potere per fare uno show di noi stessi, un one man show in cui sfoggiamo la dottrina acquisita in anni di vita da pecora, in cui non vedevamo l’ora di entrare in corsia, in chiesa, in aula per dimostrare finalmente di cosa siamo capaci, chi siamo veramente. Ci pavoneggiamo davanti al nostro piccolo pubblico, ma la conclusione del nostro show appaga solo noi stessi, ed il pubblico resta a mani vuote. A mente vuota. Noi intanto abbiamo fatto il nostro spettacolo, possiamo ritornare a casa orgogliosi della pantomima recitata. Abbiamo “dimostrato”.

I dottori salvano vite, starà pensando qualcuno; e per carità, spero di essermi fatta capire nel mio non voler togliere importanza a questa importante professione. Anzi, proprio perché amo i medici e mi sento a mio agio con loro, spero di non essere male interpretata. L’essenza di quello che ho appena scritto è, forse, colta solo dai ricercatori, chiusi nei laboratori o nelle biblioteche, di cui nessuno conosce il volto, di cui nessuno ricorda più il nome pochi minuti dopo averlo letto. I ricercatori sono le persone che non conosciamo, ma della cui fatica noi usufruiamo. Sono nascosti dietro la nuova scoperta che curerà una malattia, che salverà dalla rovina un manoscritto antico, o che permetterà finalmente l’interpretazione di quei due misteriosi versi in Accadico.

Non so come concludere questo post, se non con un invito ad ascoltare la colonna sonora di The Young Pope e ad avere clemenza, clemenza verbale ed emotiva verso chi si dimena disperatamente in una modernità sempre più misera, insopportabile, randagia, abbandonata per le strade.

12.11.2016 – 5 anni di blog

 

© Carmen Fiengo

Ho ripreso in mano l’agendina dell’anno scorso.

Per intenderci: da quando ero studentessa, per me l’anno comincia il 1 settembre e finisce il 31 agosto, anzi, quando ero studentessa cominciava il primo giorno di scuola, e finiva il giorno prima del primo giorno di scuola dell’anno seguente. Insomma, decideva la Regione Campania e il mio diario (Smemoranda per tutto il triennio delle superiori: viva gli anni Novanta!). Da universitaria, la scadenza era quella dell’anno accademico.

Adesso, da insegnante, diciamo che oggi festeggio Capodanno – augurii!!

A Roma fa ancora caldo, a parte la breve parentesi da Diluvio Universale di ieri, con annesse tende inzuppate di pioggia che cadeva scrosciando pure sui cavi di computer e stampante, porte che sbattevano e piedini bagnati. Questo Capodanno per noi Italiani (odio il termine “noi Italiani”, e sto già odiando la struttura della frase) capita in un momento, ma va’, particolare. Prima di tutto a causa del terremoto che ha colpito il Rietino e parte delle Marche, e qui non posso che stare zitta per rispetto verso le vittime e verso chi ha perso tutto. Poi, per noi Roman… vabbé, per chi abita a Roma, c’è uno scenario – come posso dire – comunale abbastanza variegato, con questa sindaca che fa e non fa, che sembra dipendere dal Direttorio (di francese memoria!) ed intanto decide da sé, che indaga nei recessi più reconditi dell’Ama e poi ti manda giusto due omini a spazzarti la strada di casa tua. Lo sfondo non é un campo di neve, come in una poesia di Lorca: è, piuttosto tristemente, il referendum costituzionale che ci sarà tra un mesetto e mezzo e sul quale già si discute da un po’, con da parte mia una non troppo ferma convinzione – e quando mai – di votare Si, i vari #webeti che ti prendono a male parole prima ancora di sapere tu cosa voterai, e tanti articoli di giornale che mi riprometto di leggere (da scrivere nella lista di cose da fare). Intanto, pensavo con meraviglia un paio di giorni fa, il mondo è fatto a scale: Travaglio scende (di gradimento) e Mentana sale.

Ma ritorniamo all’agendina dell’anno scorso. Oggi sono andata a prendere servizio alla nuova scuola, che sembra essere la scuola alla quale sarò legata per la vita, a meno che non scelgo di trasferirmi da qualche altra parte, andando a finire negli ambiti (reti di scuole) con incarichi triennali. Per adesso mi godo la mia sudata titolarità di sede ed anche il fatto di essere stata graziata, visto che all’inizio mi avevano dato una cattedra su tre sedi. Ah, si, l’agendina.

Un anno fa mi misi in testa di riflettere su quello che mi accadeva ogni singolo giorno della mia vita e, a fine giornata, scrivere un consiglio dedicato a me stessa, per migliorare o semplicemente essere la me che so, nel profondo, di essere. Bene, l’ho fatto per quattro giorni, poi stop. Nuova scuola, test da preparare, progetto di laboratorio inglese, cazzi e mazzi, ancora troppo caldo, comincia yoga, il tipo che mi piace non mi caga, insomma typically Carmenish.

Dopo un anno, ho ripreso quell’agendina con non poco dolore, perché mi servivano alcune vecchie liste da poter usare, sperando di fare le cose scritte già allora e che ho sospeso, tipo – che so – riordinare tutte le foto che hanno come soggetto mia nipote. Ho quindi riletto quelle quattro frasi e le ho trovate incredibilmente ancora attuali; non nel senso storico, visto che è passato solo un anno, ma nel senso di applicabili a quella che è la mia natura e alle cose che, incredibilmente, mi sono successe in questi giorni.

Eccole.

  • 1 settembre 2015

Vestiti di umiltà. Sempre. Anche quando vorresti sbattere la tua superiorità in faccia a chi ti sta di fronte!

(il corsivo non mi piace, ma mi serve per separare la citazione dai commenti).

Sono arrivata alla conclusione, dopo un bel po’ di sorpresa ed anche timore di essere scivolata in un loop senza fine che mi fa rivivere le stesse sensazioni ogni anno, che non è un caso che l’anno scorso abbia scritto questa cosa di 1 settembre, giorno in cui si prende servizio a scuola. Sarebbe stata la frase ideale anche per il 1 settembre 2016: perché c’è sempre la collega che parla male della graduatoria di insegnanti da cui tu provieni (non importa quale sia, c’è sempre qualcuno di una graduatoria diversa che ne parlerà male!), ma tu riesci a capirla poco perché parla in quasi totale dialetto delle parti sue, e tu vorresti alzarti, andarle vicino e dirle: – Senti brutta manza, prima di criticare chi ha studiato per arrivare al ruolo, prendi un libro di Grammatica Italiana e mettiti a studiare seriamente perché, che a noi del Sud piaccia o meno, nel 1861 c’è stata l’Unità d’Italia, e da allora la lingua nazionale è l’Italiano, ed è vergognoso che tu entri in classe e parli ai ragazzini in questa tua lingua astrusa, soprattutto se, come temo, insegni alla Primaria. Ecco perché poi da noi in Secondaria arrivano che ancora non sanno né leggere né scrivere! –

Ma ti vesti di umiltà, e non lo fai.

C’è sempre anche il collega maschio evirato (perdonatemi), di quelli che conosciamo bene noi insegnanti donne, quello che gli puoi passare davanti nuda ma resterà a compilare registri in mediocre indifferenza, quello che o era lo sportello dell’Asl o era la scuola faceva lo stesso. Di quelli che, quando esulti per aver avuto alla fine una sola sede, ti dicono mestamente che invece loro hanno lavorato su due, tre sedi contemporaneamente, che hanno alle spalle anni di sofferenza in scuole sperdute in campagne isolate; che ti prendono per arrogantella quando dici che, secondo te, bisogna sempre cercare di migliorare la propria situazione, che anche tu all’inizio prendevi qualsiasi lavoro ed andavi lontano, spendendo più per il viaggio di quanto non guadagnassi, e ti rispondono “Non si tratta di migliorare, si tratta di prendere quello che passa il convento” con quel sorrisetto str***o di chi ha vissuto, capisce e conosce, mentre tu sei una povera sprovveduta. Ecco, là mi sono vestita di umiltà solo in un secondo momento. All’inizio mi si è appuntita la lingua. Io la sento proprio, che si tempera da sola e poi parte. Dopo un minutino di dibattito ci ho pensato, ed ho parzialmente ritrattato: non solo perché io devo ricordarmi cosa sono e cosa ho fatto rimanendo umile, ma anche perché con questi colleghi ci dovrò lavorare. Forse per molti anni. Quindi bisogna unire amorevolezza a cacchi propri. Tendere all’universo mentre, con la coda dell’occhio, si guarda alla contingenza. Questa cosa dovrei rileggerla ogni mattino, per ricordarla mentre comincio la giornata. Perché io sono una fessacchiotta.

Citerò solamente le altre tre frasi, e magari se avrò tempo – no, devo trovarlo – ok, se avrò voglia ci ritornerò. Quella del 3 settembre ha per me grande importanza.

  • 2 settembre 2015

Cerca di massimizzare il tempo che hai. Non dilatarlo. In un pomeriggio puoi fare tante cose…

  • 3 settembre 2015

Ascolta. Ascolta. Ascolta.

  • 4 settembre 2015

Non essere pigra. Datti da fare. Eviterai quel senso di infelicità che ti sale su, quando sai di aver perso tempo.

 

Un caro saluto a tutti, sincero, e Buon Anno Nuovo!

 

 

Cominciato il 01/09/2016, terminato il 02/09/2016

© Carmen Fiengo

 

Ultimamente mi é stato fatto notare che scrivo poco.

È vero. In un’epoca in cui tutti scrivono, con alterne fortune e risultati dal comico al sorprendente, devo giustificarmi per la mia quasi nulla produzione?

Mesi di lavoro a scuola, di stanchezza, di silenzio perché la mente é affollata da troppi pensieri; poi, perché e con chi giustificarsi?

Ci sono tante cose di cui vorrei parlare. Se sia giusto o meno condividere sui social le immagini dei bambini di Aleppo; come le storie degli atleti delle Olimpiadi siano di una tale umanità, da perdonarli per le storie non raccontate dei Brasiliani le cui baracche sono state spazzate via per rimodernare la città di Rio; potrei sollevare il mio coperchio personale sul baratro delle discussioni di Roma col nuovo sindaco.

Mi piace sempre pensare a nuovi inizi; chi mi legge (quelle volte, rare, in cui pubblico) sa che sono in fissa col domani che é un altro giorno. Anche questo l’avevo già scritto? Non ricordo.

Sicuramente posso, potrò, affidare i miei pensieri qui, invece che alle frasette intelligenti da social. Sicuramente posso, potrò, smettere di aspettare di avere l’ispirazione per il gran pezzo, e dar voce ai miei pensierini sconclusionati giorno per giorno.

Ma quanto si deve scrivere? Quanto é giusto, é consigliato, scrivere?

(Queste due domande fanno molto Carrie Bradshaw; l’abbiamo vista per anni guadagnarsi da vivere scrivendo tre righe e mettendoci due domande alla fine).

Henri-Pierre Roché ha scritto Jules et Jim, l’unica opera per cui viene ricordato ed in effetti la sua terza opera letteraria, che era già settantenne. Adesso non voglio dire che questo romanzo (per me bellissimo) sia studiato in tutti i licei d’Europa, ma é un romanzo da cui Truffaut ci ha fatto un film, ed é comunque l’opera di un settantenne. Che viene ricordato per questo.

Henry Miller (stasera si chiamano tutti Enrico) non ricordo in quale dei due Tropic diceva di scrivere, scrivere sempre, con rabbia e con disperazione, quando tutto va male, quando la vita va a rotoli. Lui per anni non é stato pubblicato. Aiutato da June, la sua seconda moglie, scriveva su foglietti che venivano distribuiti in forma di volantini nei bar di Manhattan.

Non so che dire, a questo punto. Potrei prendere l’esempio che mi fa più comodo, ed usarlo come paravento. Invece forse diventerò più sistematica. Forse comincerò quel progetto nebuloso di epopea che ho in mente – e chissà se lo porterò a termine. Magari ritornerò alla fotografia. Forse, tra quarant’anni, io non ci sarò più e qualcuno raccoglierà tutto quello che ho scritto, tutte le foto che ho fatto, tutti i miei status di Facebook, tutte le mie agende contenenti le mie mezze frasi ed ecco che uscirà fuori un’autrice, studiata postuma.

Cos’é che ti fa entrare nei testi di Storia della Letteratura? Una sola opera grandiosa? Tante piccole cose ma diligentemente prodotte e pubblicate? L’aver vissuto come Oscar Wilde, condannato ad essere conosciuto dai più solo per Dorian Gray e gli aforismi, e perché girava con un girasole in mano? O l’esser stato prolifico come Vincenzo Monti, che nessuno vuole studiare perché é troppo noioso, ma ha scritto così tanto che pare brutto non inserirlo?

Metto un’altra perlina nella collana instabile e traballante che é il mio scrivere, stasera. Per adesso mi basta questo.

19.08.2016

© Carmen Fiengo

 

Stasera ho un dolore acuto, che parte dal tratto cervicale e scende giù lungo la spalla ed il braccio destro, fino alla mano. Nonostante lo yoga e le manipolazioni dall’osteopata, bastano un paio d’ore di sonno (si, oggi pomeriggio sono crollata) nella posizione sbagliata e ne risento per ore a seguire.

Quindi stasera sono un po’ più bacchettona perché il dolore mi stizzisce.

Bene, da un paio di settimane – tre, per essere precisi – la domenica sera guardo questa fiction su Rai Uno, intitolata Tutto Può Succedere. A dire la verità, all’inizio é stato Pietro Sermonti ad attirarmi. E’ proprio il mio tipo. Poi mi ci sono appassionata. Mi sono documentata, e so che la serie televisiva é basata su quella americana intitolata Parenthood (Essere Genitori, letteralmente). Si tratta di una famiglia, formata da nonno e nonna, due figli e due figlie con rispettive famiglie dalle diverse caratteristiche.

Non sono un critico cinematografico o televisivo, sto scrivendo questo post dal punto di vista di una trentottenne cresciuta con mamma, papà, sorella e fratello, che ha fatto le scuole medie alla fine degli anni Ottanta ed il liceo nei Novanta; e che é infine, dopo lunghe vicissitudini, diventata un’insegnante alla secondaria inferiore, scuole medie, appunto. Avendo premesso ciò, non può non colpirmi (e ne parlavo con un amico qualche tempo fa, anche se non riguardava questa serie TV), da profana quale sono, il fatto che la fiction sia – o si supponga che sia – ambientata a Roma o nei dintorni, però con le seguenti caratteristiche:

  1. I personaggi si spostano da Via del Campo Boario (Piramide) a Santa Severa come se stessero l’una dietro l’angolo rispetto all’altra.
  2. Tutti posseggono giardini immensi o terrazze fantastiche, tranne quello che abita sul barcone sul Tevere.
  3. I genitori (tranne il personaggio interpretato da  Pietro Sermonti) tornano a casa dal lavoro quando ancora c’é il sole e passano lunghi pomeriggi a giocare coi loro bambini. Le case sono sempre pulite e in ordine, tranne quella – ahimé – dove abita la famiglia del ragazzino con la sindrome di Asperger, che é disordinata ma comunque sempre pulita.
  4. C’é sempre il sole, é sempre bel tempo.
  5. I personaggi fanno colazione e poi escono senza lavarsi i denti (questa l’hanno copiata pari pari dalla serie americana, perché questa cosa che escono dopo aver mangiato e bevuto l’impossibile, ma senza lavarsi i denti, é un classico delle serie TV statunitensi). Non si sciaquano neanche un attimo la bocca col getto d’acqua del lavandino della cucina, come faccio io quando ho fretta e COMUNQUE mi sono già lavata i denti prima di fare colazione.
  6. A parte i ragazzi (figli del personaggio interpretato da Maya Sansa, che é sempre più bella) arrivati da poco da Genova, che hanno giustamente un accento non romano, tutti gli altri, anzi gli stessi fratelli e sorelle hanno accenti diversissimi. Come é possibile che, dagli stessi genitori, nascano quattro figli che parlano con tre accenti diversi? Dico tre, e non quattro, perché Pietro Sermonti e Alessandro Tiberi parlano con un accento romano più o meno leggero ma comunque gradevole – come parla un Romano che sa usare bene la lingua italiana. Il cameo linguistico é rappresentato da un’attrice che interpreta una donna eritrea (la nonna del piccolo Robel) ma parla con un accento che, non ho prove ma mi fido di me stessa e dei miei pregressi studi, é Nigeriano o al massimo Ghanese. Con tutti i laureati in Lingue ed in Mediazione Culturale che cercano lavoro in Italia, assumerne uno che potesse curare queste sfumature di significante sarebbe stato appropriato.

Come al solito mi sono dilungata su aspetti che non rappresentano quello di cui volevo veramente parlare.

Quello di cui volevo veramente parlare é: figli che rispondono male ai genitori, li zittiscono, dicono loro di farsi i fatti propri se i genitori chiedono loro perché hanno marinato la scuola, o perché passano tutti i pomeriggi fuori senza dire dove vanno. Genitori che, trattati coi modi di cui sopra, non solo si tengono il cazziatone, ma si tormentano su come possono aiutare i propri figli senza risultare troppo invadenti. Queste scene si ripetono anche davanti ai nonni, i quali non commentano il comportamento dei nipoti, ma si limitano a lanciare sguardi intensi.

Ma anche: una mamma che porta la figlia – e l’amica della figlia – ad un concerto durante la settimana. Stupendo, magari ci avessero portato me, a quell’età. Il giorno dopo, però, la figlia non va a scuola, perché é troppo stanca a causa del concerto. La mamma manda a scuola solo il figlio minore nerd, facendogliela fare pure a piedi – e Dio solo sa quanto ci vuole, da Santa Severa al centro di Roma!

(A diciassette anni, io potevo solo chiamare ripetutamente il Rome American Hospital per sapere se Kurt Cobain si era ripreso dal tentativo di suicidio – senza riuscire a sapere niente, of course).

Allora, io non sono una bacchettona, e non é la solita giustificazione dei bacchettoni. Sono stata un’adolescente brava a scuola ma piuttosto irrequieta; adesso, da insegnante, dopo una certa severità iniziale che mi serve a non farmi mettere i piedi in testa, credo nel dialogo, scherzo con i miei studenti, sono affettuosa. Come persona, semplicemente, ho la mente aperta, riconosco tutte le possibili varianti di situazioni e relazioni che, vivaddio, la vita ci offre, e cerco di non restare ingabbiata in alcuno schema impostomi dal mio governo, dalle multinazionali e dai media.

Però, cari genitori, vi prego, credetemi: un figlio che vi zittisce e che vi dice di farvi i fatti vostri, soprattutto se ancora minorenne ed ancora incluso nel vostro conto spese, si sta comportando da arrogante e maleducato. Non permettete ai vostri figli di non darvi spiegazioni sul perché hanno marinato la scuola, o su dove hanno passato gli ultimi dieci pomeriggi. Non credo nei ceffoni, ma alzare la voce più del vostro pargolo urlante, spesso, fa bene. Essere un po’ “antichi”, laddove l’essere antichi equivale ad esigere modi cortesi e rispetto delle regole, significa fare un favore ai vostri figli, significa evitare che un domani siano licenziati perché non sanno lavorare in un team o non sanno reggere la mole di lavoro, in una professione che magari a loro piacerà, ma che non sapranno tenersi perché troppo abituati al fatto che tutti si adeguino a loro, senza che loro si sappiano adeguare ai modi ed ai ritmi degli altri.

Aiutare i vostri figli a crescere significa anche aiutare i vostri figli a prendersi la responsabilità delle proprie scelte. Non sto dicendo di buttarli in mezzo a una strada con un biglietto per un Interrail e un “Ci vediamo quando sarai diventato adulto” (questa é un’altra americanata che non mi trova d’accordo). Sto dicendo che, se vuoi andare ad un concerto durante la settimana, va bene; ma anche se tornerai a casa alle due di notte, qualche ora dopo ti alzerai ed andrai a scuola, perché durante la settimana si va a scuola, e si tratta della tua piccola responsabilità, dell’impegno commisurato alla tua età che tu devi portare avanti. Perché nessuno, quando sarai grande, ti giustificherà se un giorno non vai al lavoro perché la sera prima hai fatto troppo tardi. Al lavoro si va, con gli occhi pesti e la promessa (quasi mai mantenuta) di andare a letto alle nove quella sera stessa, ma si va. E così deve essere anche con la scuola. Feste di compleanno, concerti, partite allo stadio con papà ed anche – permettetemi, genitori dei nostri futuri campioni olimpionici e attaccanti di serie A – impegni di sport agonistico, sono tutte cose a cui si partecipa tenendo sempre presente che, dal lunedì al venerdì ed in certi casi anche di sabato, c’é la scuola. E che a casa si deve pure, non dico tutti i giorni ma almeno un paio di volte a settimana (qui sono ironica e bacchettona) studiare.

Altrimenti prendetevi un tutor, e fate fare ai vostri figli gli esami da privatisti. Ma sono sicura che molti, visto l’onere finanziario che comporta, deciderebbero di essere loro stessi i tutor dei propri figli. Allora no, per carità, mandateli a scuola.

 

© Carmen Fiengo

 

 

 

Chi mi conosce sa che amo, anzi adoro il Natale. Amo i due, tre giorni precedenti, compresa la Vigilia, con tutti che corrono, si fanno gli auguri, e le vacanze dispiegate davanti a te. Lo stress dei pacchetti e dei bagagli lo vivo con serena sollecitudine. Amo farmi mille ore di viaggio, going home for Xmas, arrivare a casa dei miei e trovare tutte le decorazioni che mamma ha messo. Amo anche i “giorni fessi” tra Natale e Capodanno (ok, io sono in ferie, molti altri no), con persone ancora da vedere, belle serate inaspettate tra amici, svegliarmi tardi e un po’ lavorare, un po’ non far nulla. E l’albero che amo sempre acceso nel salotto.

Poi mi risveglio ed é quasi Capodanno, e io Capodanno lo odio. Mi mette ansia. Odio i botti. Odio guardarmi indietro. Odio vedere che molte cose non sono cambiate. Vorrei più tempo (come al solito), e vorrei tornare al 22 dicembre e fare di più, fare meglio.
Forse quest’anno sono un pochino più rassegnata, o forse invecchio. Tra ieri e oggi ho fatto pace con un paio di cose: non ho fatto buone letture, ma ho giocato ai videogiochi col tablet. Non ho visto tutti gli amici che volevo rivedere. Non ho lavorato alle mie cose di scuola per tutto il tempo che avevo programmato. Ma mi sono perdonata, mi sono staccata dall’immagine di me stessa che voglio produrre ogni anno in questo periodo, e che poi onestamente a volte riesce e a volte no. Insomma, chi ha detto che bisogna passare le vacanze di Natale leggendo buoni libri? L’avrò visto in qualche film quando ero piccola, e l’avrò trasformato in una cosa che si deve fare.
Ho qui tre, quattro buoni propositi che mi escono dal cuore per l’anno nuovo.
Il primo é di godermi di più la città in cui vivo: mi sono accorta che mi manca, non eccessivamente ma che comunque é ormai casa anche quella e lo sta diventando sempre di più, e mi manca fare la spesa nei soliti posti, lamentarmi dei miei concittadini e respirare quell’aria, la sera, tornando a casa.
Il secondo é essere più buona. Proprio così, semplicemente buona. Non pietosa: buona.
Il terzo é – anzi, il terzo e il quarto sono perdonare chi mi sta attorno  per non essere come voglio io, e perdonare me stessa sempre per non essere come voglio io. Non ci siamo scelti. Siamo tutti capitati in questo spazio. In questo quadrato dove, nelle nostre brutture, siamo naturali. Abbiamo provato a fare cose diverse, a cambiare tono di voce, ad entusiasmarci a situazioni a noi estranee. Non ci siamo riusciti. Restiamo così, facciamoci una carezza, e perdoniamoci.

Buon 2016 a tutti. I numeri pari non mi piacciono, e mi perdono anche per questo. E comunque che ansia, mancano 24 ore e già ci facciamo gli auguri?
Ah si, poi voglio pure scrivere di più, e ricominciare a fotografare. É tutto.

Scritto con lo smartphone nel mio letto, perché non ho pazienza di andare al PC.

Copyright Carmen Fiengo

Vorrei parlare di giornate solitarie, passate al computer.

Del voler fare e non farlo, dell’aspettare certe notizie di fronte alla tenda bianca.

Vorrei parlare di pomeriggi passati a stendere, ritirare e piegare vestiti e biancheria. Vorrei parlare del cercare di non pensare ad una persona. E del riuscirci, a parte un paio di ricadute in un lago di nostalgia (nemmeno tanto motivata). Vorrei parlare del mare – poco ma buono, buonissimo. Del non averne mai abbastanza. Dell’aver rivisto due compagne di vita, ed attraverso loro aver capito tante cose di me stessa, ma tanto questo succede sempre, fa molto romanzo scritto da donna, no?

Vorrei parlare del mio irrequieto peregrinare da situazione a situazione, da stato emotivo a stato emotivo. Vorrei parlare di righe, numeri, tabelle, siti da visitare, e poi la grande notizia. Ansia a mille, una finta pazienza, la mia lingua che si biforca, e l’approdo, l’isola, ma è un’isola? Ma è anche la mia?

E del non riuscire, ancora, a festeggiare appieno. Sono stata fortunata, no dai, anche brava, si ok, ma molti sono stati e sono bravi, quanto e più di me.

Vorrei parlare del viaggiare verso una destinazione, con le solite speranze, e tornare indietro qualche giorno dopo con le solite lacrime di rabbia e rimorso. Vorrei parlare di tante nuove persone, la cui opinione per me pesa tantissimo in importanza, anche quando é leggera, anche se molte di loro ancora non le ho guardate in faccia. Del dove andrò adesso, e se finisco in un paesino? Dovrò cambiare casa?

Vorrei parlare del mio essere pigra e stanca, e stendere le labbra in un sorriso fatuo un attimo dopo. Delle rughe che non mi fa piacere scoprire, attorno agli occhi, quando vedo la mia faccia in una foto (Ma tu non invecchi mai! Sembri una ragazzina! E io vi credo, sapendo però che non é vero). Del mio dovermi preparare con mille riti a funzioni di adulta importanza, perché sennò non ci riesco. Dei soldi che non bastano mai, ma quando imparerò? Quando avrò?

Di un paio di persone sempre amiche, di posti rivisti con piacere, di qualche chattata divertente.

E di questa città che sognavo di visitare come una turista d’estate, ma che mi ha fatto di nuovo e più fortemente orrore, mostrandomi le cose che più non volevo vedere. Ma ancora, sempre, per l’ennesima volta, quando decido che basta!, non la voglio più, mi trattiene tirandomi la maglietta, mi fa passare una bellissima giornata. E alla fine resto, e amo.

Perché ormai si sa che io voglio dare tutto, fare tutto, voglio far contenti tutti, però aspettate un attimo.

Lasciatemi riposare ancora una settimana, qualche giorno, un paio d’ore, solo stasera. È durato tutto veramente troppo poco.

25.08.15

© Carmen Fiengo